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Sergio Tazzer, raccontando le montagne e le miniere della Repubblica Veneziana, svela i percorsi storici che portano al di là delle Alpi, sino alla Boemia

(Il battitore di monete, Chiesa di Santa Barbara, Kutná Hora)

I rapporti fra Italia e Boemia nel settore minerario sono molteplici e il libro “Canòpi e nobilomeni. Storia e miniere nell’Agordino”, del giornalista e scrittore Sergio Tazzer – Kellermann Editore, appena giunto alla seconda edizione – ce ne offre una serie di esempi di particolare interesse. Il volume è incentrato sulla storia delle miniere dell’Agordino, un territorio del Bellunese che si trovò per quattro secoli, dal 1420 in poi, sotto il dominio della Repubblica di Venezia e quindi intrinsecamente connesso al destino della stessa.

Quest’area montuosa dell’alto Veneto, prima di essere sotto il controllo veneziano, aveva già un collegamento “dinastico” con la Boemia: risale al 1350, quando, dopo diverse traversie e legami nobiliari, l’Agordino finì sotto il controllo dell’imperatore del Sacro Romano Impero, il boemo Carlo IV. Ma il suo ruolo crebbe, velocemente, con il Leone di San Marco.

“Agordo e tutta la zona vicina, fra le montagne bellunesi, furono di fondamentale importanza per la Serenissima, poiché fornivano metalli e minerali di importanza strategica per il suo Arsenale e per la sua Zecca” ricorda l’autore. Le miniere sono quelle soprattutto della Valle Imperina, l’importante giacimento a pochi chilometri da Agordo che, fin dal ‘400, forniva alla Repubblica di Venezia ferro, argento, rame, zinco, piombo e mercurio. La storia gloriosa di queste miniere si è conclusa nel 1962 e il sito è oggi al centro di un’importante opera di recupero e salvaguardia architettonica e culturale.

La ricerca condotta da Tazzer è nata anche dalla volontà di risalire alle origini del proprio cognome. Attraverso questa strada ha scoperto che il suo antenato, Sebastian – capostipite dei Tazzer nel Veneto – era anche lui uno dei tanti minatori giunti nell’Agordino sei secoli fa dalla città boema di Kutná Hora. Sebastian e tutti i suoi compagni di lavoro venivano chiamati canòpi, espressione non casuale, perché deriva dal tedesco bergknappen, ossia minatori.

A questo punto è necessaria una precisazione: Kutná Hora (Hory Kutné nel medioevo), che sotto la dominazione asburgica portava il nome di Kuttenberg, era una città di cultura e di tradizione tedesca. Tale è rimasta sino ai primi decenni del secolo scorso e alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando nell’attuale Kutná Hora due terzi delle famiglie si dichiarava di lingua tedesca. E questo è anche il motivo per il quale ancora oggi nel dialetto dell’Agordino sono rimasti diversi vocaboli di origine germanica.

E si scopre così che, in questa zona del Veneto, sono molte le famiglie che hanno le medesime origini dei Tazzer, come gli Andrich, i Dell’Osbel, i Ganz, i Mottes, gli Zais, e molti altri.

“Di particolare interesse fu in quel periodo, parliamo di cinque secoli fa, l’incontro della cultura montana bellunese con i minatori giunti da Kuttenberg, così come da altre località minerarie di cultura tedesca. Dapprima furono visti con sospetto dai locali. Tra l’altro era gente che veniva da zone di Controriforma, e questo portò soprattutto la Chiesa, tutta intenta allora a combattere l’eresia, a guardarli con diffidenza. I canòpi però non ci misero molto ad accasarsi e tutto sommato ad integrarsi”, sottolinea Tazzer, il quale non manca di sottolineare che i canòpi provenienti dalla Boemia erano quelli che oggi chiameremo “lavoratori specializzati”, persone con competenze del tutto specifiche che non mancarono di arricchire la cultura del lavoro dell’Agordino.
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(Chiesa di Santa Barbara a Kutná Hora)

Il loro trasferimento risale al XV e XVI secolo, un periodo in cui con le guerre religiose in Europa centrale peggiorarono le condizioni di molti artigiani e lavoratori delle miniere di Boemia e Sassonia (le più importanti del tempo). Fu proprio questo il motivo che li spinse a scendere verso sud, alla ricerca di condizioni migliori.

“Venezia allora si occupava soprattutto di mare e sapeva poco di terra. I “nobilomeni”, la classe dirigente veneziana, non erano però sprovveduti e aprirono subito le porte, parlo del XV secolo, a chi ne sapeva di più in fatto di arte mineraria, ossia a quei bergknappen che arrivavano dalla Boemia. I nobilomeni di Venezia sapevano l’importanza che poteva avere per uno stato il possesso e lo sfruttamento delle miniere. Per la Serenissima le miniere dell’Agordino si rivelarono infatti fondamentali”.

Le competenze dei minatori della Boemia erano d’altronde ben note nella Europa di quel tempo. Kutná Hora già dalla fine del XIII secolo, al tempo del re Venceslao II, era il centro minerario più importante del regno. È qui che nel 1300 venne coniata la moneta “il grosso di Praga”, una moneta rimasta importante nel continente per almeno due secoli e mezzo. Kutná Hora è anche la città dove vennero coniati i primi talleri, moneta tra le più diffuse ed importanti in Europa e che, con leggere deviazioni nel nome, finì per essere chiamata dollaro, prima in Scozia e, dal 1792, negli Stati Uniti. Un episodio particolare per scoprire come la moneta più potente del mondo abbia i propri antenati in Boemia, in una cittadina che ad oggi rimane di importanza centrale per chiunque si affacci al mondo e alla storia non solo della numismatica, ma anche delle miniere e della metallurgia in Europa.

A proposito di rapporti fra la Boemia e la Penisola, la zecca di Kutná Hora venne chiamata “La Corte Italiana”, Vlašský dvůr, in omaggio proprio agli artigiani italiani e ai consiglieri fiorentini (Rinieri, Appardo de Nigromonte e Cino) giunti a lavorarci in quel periodo di splendore. Siamo nei secoli XIV e XV, quando le miniere intorno alla città diventarono la fonte principale delle entrate dei re di Boemia. La città in ricompensa ottenne numerosi privilegi, tanto da diventare nel sec. XV la più importante città boema dopo Praga.

Il libro di Tazzer, nello svolgere le vicende della Serenissima Repubblica e del suo entroterra, cita una serie di altri personaggi ed episodi che hanno segnato i rapporti fra Italia e Boemia. Ne costituisce un esempio il giurista Gozzo d’Orvieto, al quale il re Venceslao II affidò il compito di elaborare il codice dello Ius regale montanorum, rimasto per secoli in Europa la base per ogni legislazione del settore minerario.
Per finire un’altra curiosità, un riferimento a una miniera italiana di proprietà degli Schwarzenberg, storica famiglia ceca di sangue tedesco diventata potente proprio grazie alle attività minerarie. Dal libro di Tazzer apprendiamo che sino al 1917 questo casato rimase proprietario di una miniera sul monte Amiata in Toscana, chiamata, per l’appunto, Solforate Schwarzenberg.

Altro piccolo tassello del grande mosaico sui rapporti tra storia, economia e cultura tra i due Paesi.

di Giovanni Usai & Giuseppe Picheca

L’autore

Sergio Tazzer, vive a Treviso, dov’è nato nel 1946. Giornalista, è stato direttore della sede Rai per il Veneto, capo della redazione trentina e della redazione centrale della Tgr a Roma. Sempre in Rai ha inventato, curato e condotto dal 1995 al luglio 2011 il settimanale radiofonico mitteleuropeo Est Ovest, in onda su Radio1 Rai. Saggista, ha pubblicato Piave e dintorni 1917-1918 (Kellermann Editore 2011); Tito e i rimasti. La difesa della identità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia (Leg); Praga Tragica. Milada Horáková. 27 giugno 1950 (Leg); I ragazzi del Novantanove (Kellermann, 2012).