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Una passeggiata praghese con il decano degli italianisti cechi

Incontrare Jiří Pelán nel suo studio presso il dipartimento di lingue romanze dell’università Carlo IV di Praga, o in una delle tante osterie dove la memoria degli Hašek, dei Hrabal, dei Seifert e dei Neruda trae nuova linfa dal connubio con anonimi avventori, significa mettersi in cammino verso inedite prospettive di senso, affrontare un viaggio dell’intelletto senza l’urgenza di una meta. Lo studioso praghese, originario di Český Krumlov, è infatti un conversatore caleidoscopico affascinato dalle dinamiche associative. E anche in questa occasione non si smentisce.

Subito dopo i saluti, una battuta sull’intraducibilità del grande poeta Andrea Zanzotto orienta il discorso verso temi inattesi. Tuttavia le digressioni sul solipsismo colto, sullo sperimentalismo manieristico del Gruppo ‘63 (con un’apertura verso il Sanguineti più autentico, quello capace di commuovere cantando i propri affetti, la vecchiaia, la morte), sugli automatismi verbali della scuola surrealista, sull’amicizia con Yves Bonnefoy, sull’umile grandiosità di Hrabal, sulla freddezza verso i professionisti della polemica in cerca di cattedre, sulle rivoluzionarie cliniche psichiatriche dello Steinhof a Vienna e di Bohnice a Praga, sulle cisterne di Podolí e sulle botti di vino toscano, rischiano di sviare la trama dell’incontro.

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(Il professore Jiří Pelán nel suo studio all’Università Carlo)

Ecco professore, la Toscana, il suo primo viaggio in Italia.

“Un ricordo ineguagliabile”.  Era il 1971, primi anni della normalizzazione, quando tredici studenti della Cecoslovacchia, tutti in attesa di definire il loro indirizzo accademico, raggiungono Siena con i pochi soldi di una borsa di studio. L’Italia che si rivela al giovane Pelán e ai suoi compagni ha i connotati del sogno, di una terra mitica simile all’America on the road cantata da Jack Kerouac. Così grazie alla gentilezza degli automobilisti italiani, la via Aurelia si trasforma in una Route 66 da percorrere in autostop e Roma, Pisa, Lucca, Firenze, diventano tante tappe di una comune iniziazione alla vita. Al rientro nella Cecoslovacchia occupata tutti e tredici i borsisti opteranno per gli studi di italianistica. Una scelta sorprendente, considerato che alla partenza nessuno di loro conosceva l’italiano.

Da allora passeranno venti anni prima che Jiří Pelán possa ritornare in Italia. Nel frattempo vive l’invasione sovietica senza particolari traumi.  Mentre i russi presidiano i boschi intorno a Praga, la classe politica nazionale si piega alle regole di Mosca, gli intellettuali e gli artisti si rifugiano all’estero o nell’autocensura e le hrabaliane “paure totali” minano tutti i livelli delle relazioni sociali, Pelán opta per un profilo dimesso. Ultimati brillantemente gli studi e avviata quella carriera accademica che lo porterà al vertice del dipartimento di italianistica, entra nella casa editrice Odeon come redattore di storia, estetica e teoria letteraria. Ed è qui che durante una riunione con Sandro Ferri, direttore delle Edizioni e/o, Pelán incontra Bohumil Hrabal, al quale resterà legato da una lunga e intensa amicizia. Intanto si susseguono le traduzioni. L’antologia dei poeti crepuscolari e le opere di Savinio per la prima volta in versione ceca; poi Tarchetti, Dossi, la linea irregolare della letteratura lombarda, Ungaretti, Magris e infine Il cimitero di Praga di Umberto Eco.

“Eco è un ottimo narratore che nei romanzi è riuscito ad amalgamare la sua duplice natura di semiotico e di storico culturale. Nell’ultima opera la ricostruzione storica è puntuale, anche nel dare voce a personaggi dell’antisemitismo oggi dimenticati; mentre la componente enciclopedica è perfettamente armonizzata all’interno di una storia ben costruita”. Praga resta sullo sfondo, relegata in una spazialità onirica, ad alimentare la trama narrativa con la sua forza simbolica.

Altra cosa rispetto alla capitale della cultura europea celebrata da Angelo Maria Ripellino, sulla scia di Liliencron, Seifert e Breton. Una città incantata ferita dalla perdita apocalittica di un mondo; buia, triste, lugubre, angosciosa (secondo la lezione dei Kafka, Orten, Meyrink, Perutz), anche se viva nelle sue secolari contraddizioni.

“La Praga di Ripellino si muove tra una sfera notturna di grande forza poetica ma concettualmente criticabile e la riscoperta di una dimensione bizzarra, grottesca, surreale, in parte ignota agli stessi cechi. Anche grazie a Praga magica figure tipiche della tradizione culturale locale, quali il Golem, il robot e il viandante, sono assurte a topoi della letteratura mondiale”.

Per Jiří Pelán il magistero di Ripellino non può essere scisso dal contributo fornito alla conoscenza e alla diffusione della cultura ceca in Italia.

“La lunga e bella storia della boemistica italiana deve tanto ad Angelo Maria Ripellino. E anche ai suoi allievi. Figure notevoli per preparazione e sensibilità, tra le quali spicca Sergio Corduas, conosciuto tanti anni fa quando era un giovane lettore qui a Praga, presso l’università Carlo. Senza dimenticare l’ultima generazione di boemisti rappresentata da studiosi straordinari come Alessandro Catalano, Annalisa Cosentino e Dario Massimi”.

Il legame con l’Italia è rimasto immutato negli anni. Tra i numerosi ricordi il professore si sofferma su un viaggio di studio dell’estate 2011.

“Ero a Roma con un assegno di ricerca e per la prima volta nella vita mi sono sentito a casa in una città straniera. Tutto era amichevole, familiare. Dalla pensione, dove sono stato accolto come un amico di lunga data, alla Biblioteca nazionale, dove ho trascorso molti giorni per attività di studio, alle trattorie, tutto era perfettamente funzionante, umano, professionale. Si tratta di sensazioni difficili da definire. Roma è una città complessa, stratificata; il suo genius loci non è identificabile eppure, durante quell’estate, ho sentito che una parte di me era stata definitivamente assimilata nella città”.

Immersi nella conversazione non ci siamo quasi accorti dei nostri spostamenti. Come sonnambuli abbiamo lasciato l’università per ritrovarci molte ore più tardi in una vineria a discutere sull’opportunità di stappare una terza bottiglia.

Professore, abbiamo altre domande. Il centenario hrabaliano, l’evoluzione delle proposte formative, i rapporti con le istituzioni… Tentativi vani. È davvero molto tardi e alla fine preferiamo andare via. Attraversando il ponte Carlo veniamo rapiti da un’improvvisa reminiscenza sfuggita da una pagina di incerta attribuzione. Salutiamo il soldato Švejk alle nostre spalle, convinti di incrociare sul ponte il signor K. in marcia verso la propria esecuzione. Entrambi ci ripromettiamo di liberarlo dai suoi aguzzini, ma un coro di turisti ubriachi ci distoglie dalle nostre fantasie. Un ultimo sguardo verso le luci di Malá Strana prima di salutarci sullo Smetanovo nábřeží.

“Professore, che ne pensa, da qualche parte, là in alto, il dottor Flugbeil ci osserva con il suo cannocchiale?”

“Chissà, dovremmo chiederlo a Meyrink, alla notte di Valpurga mancano poche settimane”.

di Alessio Di Giulio