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Dalla Guerra Fredda a oggi: la storia dell’avveniristico edificio, progettato dai coniugi Machonin, che ospita l’Ambasciata ceca a Berlino

Lo scorso 9 novembre Berlino ha commemorato i trent’anni dalla caduta del Muro, trasformandosi in una grande mostra a cielo aperto. A pochi isolati dalla Porta di Brandeburgo, le pareti di un edificio dell’allora Berlino Est potrebbero aver origliato in anticipo qualche dettaglio sulla sorte di quel ‘manufatto geopolitico’ che per la sua portata simbolica non esiteremo, riluttanti, a definire architettonico. Centocinquantacinque chilometri di cicatrice – un’estensione di proporzioni geografiche – che ha deturpato per decenni il volto della città.

Come il Muro, anche l’edificio del quale ci si accinge a parlare è figlio della Guerra Fredda. Non lo si capisce solo dallo stile, tipico proprio degli anni della ‘coesistenza pacifica’ tra Nixon e Brežnev, ma anche dalle sue dimensioni. Ai tempi della Ddr, quando è stata costruita, l’Ambasciata dell’allora ČSSR – la Repubblica Socialista Cecoslovacca – necessitava di un organico che oscillava tra i trecentocinquanta e i cinquecento addetti. Tanto la mole dell’edificio quanto la forma che ne rende imperscrutabile la ripartizione interna hanno dato vita, in un simile contesto, a leggende e dicerie degne delle migliori spy stories – rincarate dal fatto che dietro le ampie vetrate fumé avesse sede la rappresentanza di una nazione il cui ruolo ‘ponte’ tra i due blocchi era tutt’altro che segreto.

Probabilmente, molti di coloro che lasciarono vagare i propri pensieri tra livelli segreti, passaggi nascosti e intrighi internazionali, non si sarebbero aspettati che un colpo di scena tra il politico e l’architettonico sarebbe veramente emerso poco tempo dopo i fatti del 9 novembre 1989. Solo sette giorni più tardi, la Rivoluzione di Velluto – in parte innescata e fomentata dall’evoluzione della situazione berlinese – e la formazione di un nuovo governo cecoslovacco avrebbero infatti fatto emergere i nomi dei progettisti dell’Ambasciata a Berlino, secretati sino al 1990. I coniugi Vladimír e Věra Machonin e il loro Alfa Architectural Studio erano già noti negli anni Sessanta sulla scena nazionale. Alcuni loro progetti, come i Grandi Magazzini Kotva (Obchodní dům Kotva) e il Dbk (Dům bytové kultury – Centro del design per la casa) – entrambi a Praga – avrebbero caratterizzato l’immagine della capitale nel decennio successivo, insieme ad alcuni altri interventi classificabili come Brutalismo Cecoslovacco.

Tuttavia, questo successo riguarda prevalentemente edifici i cui disegni sono precedenti al 1970, anno in cui Alfa A.S. – assieme ad altri tre studi di architettura – fu estromesso da concorsi e pubblicazioni per aver rifiutato di ratificare alcuni accordi con il regime. Proprio in questo contesto si inserisce il progetto per l’Ambasciata Cecoslovacca a Berlino Est a pochi passi dal Muro. Sebbene inizialmente sviluppato per la rappresentanza kenyota, il disegno fu presto ‘rilevato’ dalla Repubblica Socialista Cecoslovacca conferendo formalmente ai Machonin un incarico istituzionale per un regime che li avrebbe condannati ad un assordante oblio, quasi una damnatio memoriae, per vent’anni.

Oggi, grazie alla tecnologia ma soprattutto in virtù del mutato scenario nello scacchiere internazionale, l’Ambasciata Ceca a Berlino conta meno di cinquanta persone tra diplomatici ed impiegati. Questo spiegherebbe gran parte delle perplessità emerse negli scorsi anni circa il destino del grande edificio brutalista, ritenuto eccessivamente dispendioso – specie per questioni energetiche – nonché decisamente sovradimensionato per le esigenze attuali. Dopo alcuni anni di dibattito, fortunatamente il gigante di calcestruzzo e vetro opera dei coniugi Machonin è salvo. L’involucro esterno e la maggior parte degli interni – specie gli ambienti di rappresentanza dei primi due piani – saranno restaurati e conserveranno il loro aspetto originale.

Visitare l’edificio che il quotidiano tedesco Bild definì negli anni successivi alla costruzione una nave spaziale nel mezzo di una città vibrante sarà come fare un tuffo nella Cecoslovacchia della metà degli anni ‘70. Atelier Alfa, il nuovo studio di Věra Machoninová, guiderà un’operazione di restauro dell’intero edificio per riqualificarlo energeticamente e ripristinare non solo i misteriosi e imperscrutabili esterni, con i davanzali in granito di Liberec e i vetri fumé, ma anche gli interni originali. Qui le tonalità calde del legno e quelle vivide dei pannelli e degli arredi rossi e gialli si giustappongono alla struttura in calcestruzzo armato lasciata a vista. Imponenti pilastri nudi e piccole sale riunioni ricavate, come capsule, in strutture circolari cave unicamente decorate dall’impronta del legno delle casserature attraversano verticalmente i raffinati interni interamente rivestiti di legno.

Non solo uffici, sale riunioni e spazi di rappresentanza: all’interno dell’Ambasciata sarà restaurata anche la sala cinematografica che vanta una capienza di cinquecento posti. Al centro di alcuni dei fantasiosi racconti, la sala è un oggetto pressoché unico tanto per il design originale degli arredi quanto per la sua insolita dimensione in relazione alla collocazione all’interno di una rappresentanza diplomatica.

Le forme espressive raggiunte mediante l’uso sapiente di materiali inconsuetamente eterogenei – calcestruzzo, legno e acciaio abbinati a plastiche e tessuti – dovranno essere ricucite durante il restauro con delicata precisione in un’operazione di artigianato su elementi unici – a tratti scultorei – come scale, banconi, pareti decorate, porte nascoste e sistemi di illuminazione che strizzano l’occhio all’immaginario della science fiction sovietica.

Tra audaci scale quasi sospese e delicate composizioni floreali in cristallo che emergono dal controsoffitto, altrettanto uniche – e certamente non contenute nelle dimensioni – sono le opere d’arte alle pareti che diventano vere e proprie caratterizzazioni degli ambienti in cui sono collocate. Tra queste spiccano alcuni pannelli al confine tra figurazione ed astrazione dai forti richiami orientali e alcune raffigurazioni tipiche della propaganda sovietica.

L’edificio che i Machonin firmano assieme a Klaus Pätzmann presenta una massa pressoché cubica gestita mediante una curiosa simmetria diagonale percepibile immediatamente in pianta, ma rimarcata in prospetto da due torri di scale che sembrano tenere assieme l’intera struttura. I volumi delle massicce fasce che organizzano la massa complessiva rendono arduo stimare la scala della costruzione, definendo una corte sopraelevata che si estende in una terrazza affacciata a sud-est su Mohrenstraße. Attraversate contemporaneamente dai riflessi delle vetrate e dalle ombre delle gole che le separano orizzontalmente una dall’altra, le fasce nascondono tra le loro sfaccettature un ricordo di forme adamantine tipiche dell’esperienza cubista in architettura che rende unici gli anni ‘10 del Novecento in Boemia.

Questo discusso manufatto che sembrava giunto da un altro pianeta e che, come molti altri lasciti del brutalismo, ha rischiato di continuare la sua esistenza solo tra le pagine dei libri, è adesso ingegno ceco cristallizzato in terra straniera e un tuffo in un passato, il cui entusiasmo anima la nostalgia per un futuro fantascientifico che ha lasciato sognare intere generazioni.

di Alessandro Canevari e Claudio Poddie