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La Repubblica Ceca al bivio fra maggiore integrazione o marginalizzazione Ue, tra euro e corona, tra solidarietà e nazionalismo. Babiš, probabile futuro premier ceco, è pronto a dire no all’Eurozona e ai diktat di Bruxelles

Il 2017 è stato e sarà un anno di elezioni fondamentali per il futuro dell’Unione europea. Prima la Francia, fra breve la Germania e anche la Repubblica Ceca. Di certo la vittoria di Emmanuel Macron all’Eliseo ha invertito la rotta di ascesa dei populismi e dei nazionalismi che sull’onda della crisi economica e di quella migratoria si sono fatti strada in tutto il continente europeo negli ultimi anni.

In autunno alle urne andranno anche gli elettori cechi e di certo uno dei compiti del governo che uscirà dalle urne sarà quello di scegliere in che direzione far navigare Praga in Europa. Integrazione o allontanamento?

Un aspetto fondamentale di questo doppio binario sarà la decisione sull’adozione o meno della moneta unica. Andrej Babiš, leader dei populisti di Ano, colui che con ogni probabilità sarà il prossimo primo ministro ceco, ha già detto la sua senza mezze misure: “No all’euro, non voglio l’euro. Non vogliamo l’euro qui – ha ripetuto Babiš quasi come un mantra in un’intervista a Bloomberg – Tutti sanno che sarebbe la bancarotta. Voglio la corona ceca e una banca centrale indipendente”.

Secondo l’Eurobarometro nel 2016 il 72% dei cittadini cechi era a favore di mantenere la moneta locale che ha guadagnato più del 20% del suo valore contro l’euro dall’adesione di Praga all’Ue nel 2004.

La Svaz průmyslu a dopravy ČR, la Confindustria ceca, invece, continua a inserire l’adozione dell’euro fra le priorità; a favore è il 60% delle grandi aziende, cifra in aumento soprattutto dopo che Praga ha soddisfatto la scorsa estate quattro dei cinque criteri per entrare nell’Eurozona.

Un moderato interesse lo ha mostrato anche il candidato premier dei Socialdemocratici (Čssd), Lubomír Zaorálek, il quale però ha messo le mani avanti, chiedendo preliminarmente che si soddisfino due condizioni: un aumento degli stipendi dei lavoratori cechi e un rafforzamento del cambio tra corona e euro.

E anche il presidente Miloš Zeman si è detto favorevole alla adozione della moneta unica, a condizione che la Grecia venga preliminarmente esclusa dall’Eurozona: “Non sarebbe giusto che i contribuenti cechi si trovassero a dover pagare i debiti della Grecia”, ha detto.

Ma è alla Francia di Macron che Praga e i candidati premier in qualche modo guardano. Certo, anche alla Germania di Angela Merkel, che a settembre deciderà la nuova composizione del Bundestag, ma il riferimento è ora soprattutto l’Eliseo, sia in positivo che in negativo. Lo stesso Babiš ha dichiarato che, pur avendo sostenuto la candidatura di Macron (“È un candidato migliore di Marine Le Pen. Penso che sarà Presidente”, dichiarò prima del ballottaggio), a differenza del capo dello stato francese non sposa la tesi di una maggiore integrazione dell’Ue: “Il valore aggiunto più grande dell’Unione europea è l’identità nazionale di ciascun Paese. Un’Europa forte grazie a degli stati forti, logico no?”.

Con Macron hanno avuto, intanto, un incontro “positivo” i leader del Gruppo di Visegrad nel corso dell’ultimo vertice a Bruxelles. Il premier ceco Bohuslav Sobotka – dopo aver chiesto al presidente francese di agire perché le aziende transalpine, operanti in Repubblica Ceca aumentino gli stipendi dei loro dipendenti – ha dichiarato che nel corso della riunione il clima è stato più rilassato rispetto alle tensioni della vigilia, quando Macron aveva accusato i paesi del V4 di considerare la Ue “come un supermarket, dove poter prendere solo ciò che fa comodo, senza rispettare valori e regole comuni”. Ma, punto dolente oggi e che resterà così anche in futuro, restano distanze molto grandi da colmare sulle quote di migranti.

Ecco l’altro tema su cui si giocano da una parte le elezioni in Repubblica Ceca e dall’altra il destino di Praga nell’Ue. La Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, per il mancato rispetto del sistema delle quote di ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia stabilito da Bruxelles. Sobotka ha ribadito che Praga lotterà per difendere la sua decisione e il ministro dell’Interno Milan Chovanec (Čssd), ha garantito che la Repubblica Ceca sino alle elezioni autunnali non accoglierà nessun migrante: “L’Italia ci ha segnalato dieci nomi di persone che avremmo dovuto accogliere. Abbiamo detto di no perché i nostri servizi di sicurezza li hanno valutati come soggetti rischiosi”. E Sobotka ha aggiunto: “La Commissione Ue, nonostante le nostre raccomandazioni, ha sottovalutato gli effetti esplosivi insiti in una questione così delicata, come quella di decidere in forma di diktat sul ricollocamento dei profughi nei singoli stati membri”. Il governo ceco insiste su una soluzione diversa, vale a dire quella di difendere i confini esterni della Ue e aiutare i profughi in luoghi che siano quanto più possibile vicini ai loro paesi di origine. E su questo aspetto non sembra decisamente più conciliante il miliardario Babiš: “Dobbiamo combattere per difendere quello che hanno costruito i nostri antenati qui. Se ci saranno a Bruxelles più musulmani che belgi, è un problema loro. Io qui non li voglio. Non ci diranno chi deve vivere da noi, non vogliamo un modello multiculturale”, ha dichiarato proponendo semmai il modello di un’Europa a diverse velocità.

I Paesi di Visegrad, Repubblica Ceca compresa, si trovano adesso a scegliere: da una parte l’alleanza franco-tedesca che intende rilanciare l’integrazione europea, dall’altra la possibile marginalizzazione per difendere gli interessi nazionali e la paura di essere trattati come cittadini europei sì, ma di serie B.

di Daniela Mogavero